Tappa 13 - Il ponte della capra e i lupini di Ghelfo Cartoceti
Perché si chiamasse ponte della capra non è certo, ma l’ipotesi più diffusa è che si sentisse ogni tanto il belare di una capra rimasta sotto un po’ di terra e che questa con il suo verso annunciasse che qualcosa di imprevisto stesse per accadere. Come quando trovarono morto Terzp d’Scatoleri, forse per aver fatto a botte con un vicino. Un fatto che colpì molto i suoi vicini.
Nella zona chiamata Il ponte della capra abitavano diversi personaggi davvero caratteristici. Orest d’Pastor figlio di Bra Bra. Sua moglie era della Romagna e per questo al suo nome Maria veniva sostituito quello di romagnola. Se lei aveva il suo da fare – la pecorella, il pane da preparare, le erbe da raccogliere e cucinare – Oreste non “combinava che qualche elenco di sbornie”. Per questo lei lo chiamava “capra”.
Aveva però imparato il mestiere dello spranghino: aggiustava gli orci rotti. Al museo della mezzadria a Pontevecchio si possono vedere gli attrezzi utilizzati e le foto documentative di questo indispensabile mestiere. Un trapano realizzato con una punta forava i piatti, i vasi, i tegami da aggiustare, la spranga veniva passata come dei punti e l’oggetto riprendeva la sua funzionalità. Purtroppo il lavoro non rendeva molto a Capra che, non si sa se per miseria o perché la romagnola non gli preparava un vero pasto, si sapeva che mangiasse i gatti e i vicini dovevano stare ben attenti ai propri.
Nascosta dalla vegetazione non lontano da via della miniera c’è ancora la capanna che Cartoceti, che abitava da quelle parti, utilizzava per la preparazione dei suoi famosi lupini (quelli che vendeva all’uscita dalla messa e durante le feste): il torrente che faceva scorrere acqua fresca, l’ombra del verde rendevano i lupini particolarmente buoni.
E ancora da quelle parti abitava la moglie di Mingarel, soprannominata “Dio dla madona” perché è così che cominciava ogni volta che qualcuno passava vicino casa sua per raccontare i fatti di tutti: “Dio dla madona, lo sai che…?”. Non era possibile sfuggirle e se la radio si può spegnere con lei era impossibile perché doveva finire di raccontare tutti i particolari che conosceva.
Immersi nei suoni della campagna, tra il gracidio delle rane e il vento tra gli alberi, tutti loro vivevano immersi nel buio, finchè non arrivò, prima in paese e poi anche nelle case intorno la corrente elettrica prodotta dalla cabina di Pontevecchio. L’antico mulino era diventata centrale idroelettrica, utilizzando l’acqua che scorre ancora oggi sotto un ponte colpito dalla guerra e mai ricostruito. La visita al museo della mezzzadria a Pontevecchio è un salto nella civiltà di cui si è parlato in questo percorso e che ha unito la gente di tutta la vallata del Foglia.